Portogallo

Da quattro anni a oggi la cosa certa, in Portogallo, è che i “pasteis de Belém” sono sempre gli stessi. Quei dolci che a Lisbona si mangiano in qualunque ora del giorno e che gli intenditori vogliono con il tradizionale doppio spruzzo di zucchero a velo e cannella, sono inimitabili e immutabili, nonostante crisi mondiali e recessioni.
21 AGO 20
Immagine di Portogallo
Da quattro anni a oggi la cosa certa, in Portogallo, è che i “pasteis de Belém” sono sempre gli stessi. Quei dolci che a Lisbona si mangiano in qualunque ora del giorno e che gli intenditori vogliono con il tradizionale doppio spruzzo di zucchero a velo e cannella, sono inimitabili e immutabili, nonostante crisi mondiali e recessioni. Il piccolo paese che chiude l’Europa all’oceano Atlantico sembrava, quattro anni fa, ancora in lento fermento per una ripresa veloce che si era fermata da qualche anno e non ha trovato appigli. Il nuovo stadio di Lisbona, il complesso fieristico ereditato dell’esposizione universale del ‘98, il turismo a sud e il vino a cavallo del fiume Douro: niente è bastato, nemmeno il doppio mandato al governo socialista, a dare un futuro glorioso all’ex potenza coloniale dei garofani rossi. Adesso quella frenata alla crescita brucia di più e sfiora il crac, ma i portoghesi sono fatalisti e malinconici. Continuano a mangiare baccalà, pasteis e sputare (uomini e donne) sui marciapiedi. In attesa che le pietre bianche del Cristo Re che guarda al Brasile li salvino.